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giovedì, dicembre 13, 2007

Norme e stipendi d'oro


Passato al Senato, il tetto agli stipendi d'oro è stato cancellato alla Camera, anzi i grandi dirigenti pubblici potranno guadagnare di più.
Alla Camera è stato tagliato il taglio che il Senato aveva approvato sugli emolumenti dei manager pubblici.

Sull’onda dell’indignazione popolare di alcuni mesi fa (già forse normalizzata dal regime repubblicano) la classe politica pensò che tutti gli stipendi pagati con soldi pubblici non potessero superare lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione, che dovrebbe essere 274 mila euro all’anno.

Dopo una serie di correzioni (nessuna norma può essere retroattiva,stipendio ridotto gradualmente, alcune deroghe per RAI, Authority, Organi costituzionali..) si è giunto al limite massimo di 548 mila euro, cioè il doppio rispetto a quello del primo presidente della Corte di Cassazione.

Come al solito le promesse dei politici cadono sempre nel vuoto, il sistema normalizza anche l'incredibile, la classe politica introduce meccanismi contorti e nascosti per consentire il magna-magna repubblicano.

Un'altra vergogna della repubblica...

Tutti sono concordi che bisogna fare qualcosa per ridurre la spesa pubblica e gli sprechi, ma i risultati del sistema repubblicano sono questi...
Ormai l'Italia non ce la fa più.

La riforma aveva già avuto l'ok di Palazzo Madama
E alla fine la Camera tagliò i tagli
I deputati sopprimono il tetto agli «stipendi d'oro» dei manager pubblici

Taglia, taglia, scusate il bisticcio, stanno tagliando i tagli. L'ultimo a essere soppresso è stato il tetto agli «stipendi d'oro». Passato al Senato, è stato cancellato alla Camera. Anzi, d'ora in avanti i «grand commis» pubblici potranno guadagnare anche di più. Alla faccia di tutte le promesse intorno al bisogno di sobrietà. E di tutti gli italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Eppure, dopo tante retromarce nella sbandierata moralizzazione avviata solo per placare l'indignazione popolare, pareva che almeno questo principio fosse acquisito: chi lavora per la sfera pubblica (dai ministeri alle Regioni, dalle aziende di Stato alle municipalizzate) non deve avere buste paga, liquidazioni e pensioni troppo alte. Per mille motivi. Perché le nomine sono spesso dovute non alle capacità professionali ma alle amicizie giuste. Perché in cambio di certi appannaggi non viene chiesta talora efficienza ma piuttosto «gentilezze» al partito di riferimento. Perché nel mondo privato, tirato in ballo a sproposito, chi guadagna molti soldi deve anche render conto agli azionisti del proprio operato (nei Paesi seri) e non mangia contemporaneamente a due greppie: i contratti deluxe del libero mercato e le sicurezze del sistema pubblico.

Ed ecco che Palazzo Madama aveva approvato, all'articolo 144 della Finanziaria, le seguenti regole: «Il trattamento economico onnicomprensivo di chiunque riceva a carico delle pubbliche finanze emolumenti o retribuzioni nell'ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con pubbliche amministrazioni statali (...) agenzie, enti pubblici anche economici, enti di ricerca, università, società non quotate a totale o prevalente partecipazione pubblica nonché le loro controllate, ovvero sia titolare di incarichi o mandati di qualsiasi natura nel territorio metropolitano, non può superare quello del primo presidente della Corte di cassazione». Cioè 275 mila euro l'anno. Chiaro? Chiarissimo: il limite valeva per tutti (tutti) gli stipendi pagati con soldi pubblici. Compresi «i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, i presidenti e componenti di collegi e organi di governo e di controllo di società non quotate, i dirigenti». E se per trattenere Fiorello o strappare Gerry Scotti a Mediaset la Rai fosse costretta a offrire più della concorrenza? Previsto anche questo: «Il limite non si applica alle attività di natura professionale e ai contratti d'opera» se si tratta di «una prestazione artistica o professionale indispensabile per competere sul mercato in condizioni dì effettiva concorrenza ». E se invece si trattasse di strappare alla concorrenza non un cantante ma un grande manager che sul libero mercato potrebbe guadagnare tre, quattro o cinque volte di più? Anche queste eccezioni erano previste. Come eccezioni, però. Le nuove regole infatti, diceva l'articolo 144, «non possono essere derogate se non per motivate esigenze di carattere eccezionale e per un periodo non superiore a tre anni». Di più: dovevano ottenere la firma del capo del governo e rientrare «nel limite massimo di 25 unità. Corrispondenti alle posizione di più elevato livello di responsabilità». Riassumendo: solo venticinque altissimi dirigenti pubblici in tutto il Paese e per un periodo limitato (quindi niente pensioni d'oro e niente liquidazioni stratosferiche) potevano guadagnare più di 275 mila euro l'anno. Tutti gli altri, sotto. E guai a chi faceva il furbo perché ogni contratto doveva d'ora in avanti essere trasparente. Di più: «In caso di violazione, l'amministratore che abbia disposto il pagamento e il destinatario del medesimo sono tenuti al rimborso, a titolo di danno erariale, di una somma pari a dieci volte l'ammontare eccedente la cifra consentita».

Non bastasse, l'articolo fortissimamente voluto soprattutto da Massimo Villone e Cesare Salvi, autori del libro «I costi della democrazia», metteva un altro candelotto sotto i privilegi di certi boiardi di Stato: il divieto del cumulo di poltrone, a meno che non accompagnato da una robusta decurtazione delle prebende. Insomma: una piccola grande rivoluzione. Che per la prima volta cercava di mettere ordine in un sistema che negli ultimi anni aveva lasciato i cittadini basiti davanti a casi clamorosi. Come quello di Giancarlo Cimoli, che guadagnava alle Ferrovie circa 1,5 milioni di euro l'anno e se ne andò, per andare a guadagnarne 2,7 all'Alitalia, con una liquidazione per «raggiungimento risultati » (il pareggio) di 6,7 milioni. O del suo successore Elio Catania, che per un paio di anni alle Ferrovie (lasciate con un buco di 2 miliardi e 155 milioni) incassò una buonuscita di 7 milioni. O ancora quello di Massimo Sarmi che alle Poste prende un milione e mezzo di euro l'anno cumulando le buste paga da amministratore delegato e di direttore generale. Per non dire di certi arbitrati, compensati con parcelle da capogiro. Tre per tutte? Quella spartita (in tre) dal collegio guidato dall'ex presidente del Consiglio di Stato Mario Egidio Schinaia (1,4 milioni), quella finita al collegio presieduto dall'avvocato dello Stato Giuseppe Stipo (1,3 milioni per due verdetti), quella incassata dal collegio pilotato da Marcello Arredi, capo del dipartimento Infrastrutture stradali del ministero delle Infrastrutture e presidente nel 2006 di un collegio incaricato di regolare una controversia fra l'Anas e l'Impregilo: 1,2 milioni. Soldi in più, oltre lo stipendio. Potevano i potentissimi Grand Commis accettare una sforbiciata del genere? No. E così, subito dopo l'approvazione in Senato, talpe sapienti hanno cominciato a rosicchiare l'articolo 144, a partire dai trattamenti alla Banca d'Italia, comma per comma, riga per riga. Risultato: la Commissione Bilancio della Camera, tra le proteste di una pattuglia di indignati guidata da Villone, ha praticamente fatto saltare tutti, ma proprio tutti, i punti centrali. E a meno che non intervenga il governo, tutto continuerà come prima. Anzi, peggio. Perché il messaggio all'opinione pubblica, dopo tante promesse, è uno solo: marameo.

Lo stesso marameo che, dalle bianche spiagge di Bali, lanciano agli italiani i componenti della affollatissima delegazione italiana al vertice mondiale sul clima: 52 persone. Dicono Alfonso Pecoraro Scanio e il suo staff che altre delegazioni sono ancora più numerose. E che l'altra volta, a Montreal, l'allora ministro Altero Matteoli si portò perfino due agenti di scorta. Sarà. Ma ci restano alcune curiosità: come mai, nel mucchio, oltre a tre rappresentanti del Comune di Milano, due della Regione Lazio, un assessore della Toscana e l'assessore all'Ambiente della Campania Luigi Nocera, riemerso per l'occasione dai cumuli di immondizia napoletana, ci sono solo due sindacalisti della Cgil e della Uil e nessuno della Cisl? Possibile che nessuno della Cisl, con una collana di orchidee al collo, avesse da dire qualcosa sul pianeta?

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

corrieredellasera

mercoledì, dicembre 12, 2007

Forleo, napolitano, Csm e politica


Secondo Beha, Imposimato gli disse esplicitamente di pesanti influenze sul CSM da parte dei coinvolti dei Ds, (d'alema e fassino) e perfino del Quirinale, affinché la Forleo venisse delegittimata.
Se non sbaglio, il giornalista è di sinistra, il quale ha aggiunto che le notizie giunte a lui non erano supposizioni ma informazioni ricevute.

Il caso D’Alema-Forleo, come per il caso De Magistris, è diventato un’inchiesta che fa tremare il Palazzo.
Se fosse vero ci troviamo davanti ad un golpe bianco, ovvero furto di democrazia.

Il quirinale ha replicato dicendo che le insinuazioni
relative a presunte influenze esercitate dal Quirinale sul Csm sono destituite di ogni fondamento.

Innanzitutto è un pò surreale che l’istituzione più alta replichi ad un sito come Dagospia.

Secondo me, non si deve solo verificare se l'affermazioni di Beha sono vere o false.
Infatti al quirinale c'è un politico che ha fatto carriera all'interno del PCI, che è stato votato solo dalla maggioranza del governo prodi e che è anche il presidente del CSM.
E' già molto difficile credere alla indipendenza del CSM dalla politica, ma quando il Csm è presieduto da un politico la cosa perlomeno si complica.

Se poi c'è un'inchiesta che indaga su politici che appartengono alla stessa parte politica dalla quale proviene il presidente della repubblica allora mi chiedo se basta una replica del quirinale.

Purtroppo i mass-media danno ben poco spazio a questa vicenda, che ormai, invece di parlare di temi seri ed importanti, si interessano alla cronaca nera o a notizie futili e secondarie.

Beha contro Napolitano: mi rivelarono che il Colle voleva fermare la Forleo

Conferma tutto. Oliviero Beha non indietreggia nemmeno davanti al comunicato del Quirinale.
«Insinuazioni diffamatorie»: così una nota del Colle liquida, con singolare tempismo, le presunte pressioni del Presidente della Repubblica sul Csm contro Clementina Forleo.
Di quel pressing aveva parlato proprio Beha, giornalista e scrittore, in una lettera a Dagospia. Ma Beha non modifica di una virgola il proprio racconto che si inserisce nel complesso mosaico degli episodi riguardanti Clementina Forleo e le sue denunce: i tentativi di delegittimazione da parte di soggetti istituzionali dopo aver avviato il lavoro di scavo sulle inchieste relative ad Unipol.

Beha, racconti questa storia dall’inizio.
«D’accordo, ma prima devo fare una premessa».
Quale?
«Qui si sta esagerando».
Perché?
«Perché si sta trasformando il caso Unipol, la commistione fra economia e politica, nel caso Forleo, anzi nelle presunte paturnie del gip milanese».
Prospettiva sbagliata?
«È un sistema inaccettabile, falso, troppo comodo per il potere. Mi ricorda la storia di quello che si concentra sul dito invece che sulla luna. Ma qui non c’è neanche il dito, c’è, mi si passi l’espressione, l’unghia. E lo ripeto come cittadino e come giornalista».
Va bene, ma le pressioni?
«A fine luglio Ferdinando Imposimato, un ex giudice non il fornaio sotto casa, mi disse chiaro e tondo che i Ds e il Quirinale avevano esercitato pressioni sul Csm per mettere in difficoltà o peggio delegittimare la Forleo».Accuse gravissime e tutte da dimostrare.
«Imposimato mi sembrava molto sicuro di sé».
Lei non approfondì?
«Era un colloquio riservato, non chiesi nulla. Non ho mai saputo da dove gli derivasse quella certezza».
Imposimato non le nominò il Procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli, pure tirato in ballo in questa storia?
«No, mi ricorderei il nome. Ho sfogliato anch’io i giornali. La Forleo ha spiegato di aver saputo da Imposimato del pressing su Delli Priscoli per avviare l’azione disciplinare contro di lei. E poi ho appreso con stupore che Imposimato, interrogato, ha detto di aver maturato quel convincimento dalla lettura dei giornali. Mah, mi pareva che le sue confidenze avessero ben altra consistenza».

Perché ha tirato fuori i fatti solo nei giorni scorsi?
«No, un attimo. Quella non fu l’unica volta in cui Imposimato mi accennò a quelle pressioni. Me ne parlò in un’altra occasione, davanti all’ex sindaco di Pavia Elio Veltri, poi in margine ad un convegno a fine estate, poi un’altra volta ancora. Credo che Veltri, per la sua parte, possa confermare».
Poi?
«Quando, il mio nome, fatto dalla Forleo, è finito sui quotidiani, ho deciso di uscire allo scoperto. E di mettere, per quel che posso, i puntini sulle i. Oltretutto trovo vergognoso questo tentativo di far passare la Forleo per un magistrato caratteriale, un po’ confuso, con la lacrima facile. Mi spiace, io non ci sto. La commistione fra politica e affari c’è, tanto a destra quanto a sinistra. In questa storia sono coinvolti sei parlamentari: tre della destra e altrettanti della sinistra. Sembrano gli Orazi e i Curiazi».

Il Quirinale ha smentito la sua lettera a Dagospia.
«Sono lusingato come cittadino dalla tempestività del Colle. Devo dire che la rapidità dimostra che al Quirinale hanno i riflessi pronti. Prontissimi.
Certo, trovo anche un po’ surreale che l’istituzione più alta replichi a Dagospia».
Lei ha discusso di questa vicenda con la Forleo?
«No, non la conosco, non l’ho mai incontrata. Ma non accetto che si confondano i piani. Il lavoro critico di un magistrato non può essere diluito o annacquato con considerazioni sulla sua persona. No, va valutato nel merito, altrimenti è finita. Per tutti».
ilgiornale

GIUSTIZIA: DA QUIRINALE NESSUNA INFLUENZA SU CSM CONTRO GIP FORLEO

Milano, 6 dic. (Adnkronos) - Sono destituite di ogni fondamento le insinuazioni diffamatorie relative a presunte influenze esercitate dal Quirinale sul Csm in rapporto a recenti decisioni del Consiglio stesso. Cosi' fonti vicine al Quirinale replicano alla lettera inviata oggi da Oliviero Beha a 'Dagospia' nella quale il giornalista afferma di aver saputo dall'ex giudice ed ex senatore del Pci Ferdinando Imposimato "di pesanti influenze sul Csm da parte dei coinvolti dei Ds (nelle intercettazioni disposte nell'ambito del caso Bnl-Unipol, ndr) e perfino del Quirinale affinche' la Forleo venisse delegittimata".
adnkronos

domenica, dicembre 09, 2007

politica, teatrino e comiche


Questa volta Fini ha ragione dicendo che il neonato Popolo della libertà è un partito indistinto, dove non si conoscono al momento nemmeno i valori e i progetti.

La stessa discorso vale per l'altro nuovo Partito Democratico, un coacervo di diverse anime politiche senza identità e progetto.

A dir la verità tutti i partiti non hanno veri progetti politici, si limitano a gestire il potere o amministrare lo stato.

Dal teatrino della politica passiamo alle comiche finali.
In ogni caso si tratta sempre di repubblica delle banane.

FINI, SIAMO ALLE COMICHE;
BONAIUTI, COSI' OFFENDE 1/3 DEGLI ITALIANI
E' SCONTRO APERTO TRA AN E FORZA ITALIA

Roma - Comportarsi come sta facendo Berlusconi non ha nulla a che fare con il teatrino della politica, ma significa essere alle comiche finali".

Gianfranco Fini attacca il leader di Forza Italia, e nel corso della sua relazione di apertura dell'Assemblea Nazionale ribadisce che An "non si scioglie e non confluira'" nel "neonato quanto indistinto" PdL. "Un nuovo partito di cui non si conoscono al momento nemmeno i valori e i progetti".

agi

giovedì, dicembre 06, 2007

Se cade prodi cosa faranno i presidenti?


A seguito delle dichiarazioni di Bertinotti - il governo prodi ha fallito - il ministro Bindi (e parlamentare del PD) ha ricordato al presidente della Camera che se cade il governo, anche lui va a casa perche' viene meno la maggioranza che gli ha permesso di essere eletto.

Se dovesse cadere il governo prodi significa che l'attuale maggioranza non c'e' piu' (si va a votare) oppure che sara' sostituita da un'altra.
Ma allora mi chiedo se, in questo caso, anche il presidente della repubblica dovrebbe dimettersi, visto che napolitano e' stato votato solo dalla maggioranza.

I presidenti precedenti erano votati anche dalla minoranza, invece napolitano e' stato eletto solo dalla maggiornaza che ha dato vita al governo prodi.

Se cade il governo prodi, si dimetteranno i presidente delle Camera, del Senato e della repubblica ?


GOVERNO: BINDI, BERTINOTTI IRRESPONSABILE SE CADE PRODI ANCHE LUI A CASA

RITORNO ALLA PROPORZIONALE GLI HA CONSENTITO DI SGANCIARSI

Roma, 6 dic. (Adnkronos) - "Mi pare un po' poco limitarsi a non condividere l'intervista di Bertinotti. E' evidente il senso di irresponsabilita' del presidente della Camera al quale vorrei ricordare che, se cade il governo, anche lui va a casa perche' viene meno la maggioranza che gli ha permesso di essere eletto".

E' il giudizio espresso dal ministro e parlamentare del Pd, Rosy Bindi, nei confronti delle affermazioni fatte da Fausto Bertinotti nella recente intervista a 'La Repubblica'.

adnkronos

Anti-savoia e caos repubblicano

Il detto è una repubblica - usato per spiegare qualcosa che non funziona o il marasma che ci attornia - e' sempre piu' attuale ed appropriato.

In questo momento la propaganda dalla repubblica sta raggiungendo l'apice della sua arroganza e violenza e l'associazione anti savoia, che vorrebbe addirittura esiliare nuovamente i Savoia, indica il degrado nel quale tutti quanti siamo finiti.
E poi perche' questa onlus vuole contrastare il risarcimento chiesto dai Savoia (una tantum) e non si lamenta che (ogni anno) il quirinale repubblicano costa piu' del palazzo della regina Elisabetta II ?

Per cercare di arginare il malcostume e le false verita' che purtroppo dominano, vorrei spingere alla riflessione gli italiani dando spazio nel mio blog ad una lettera pubblicata nel sito newsbox.

I protagonisti di questa lettera sono due veri italiani, il signore Carletto Cairo di Ceva, classe 1922, e il signore A.B. classe 1938.
Il primo fu catturato a Zara ed internato in un campo di concentramento da dove ritorno' menomato nel corpo e nello spirito per aver voluto mantener fede al giuramento di fedelta' al Re.
Non vuole commentare il fango che viene buttato addosso ai Savoia dagli avvoltoi e falsi italiani, aveva le lacrime agli occhi.....

Il signore A.B e' del 1938, che seguendo l'esempio di suo padre - nel 1947 preferi' abbandonare i suoi beni e la sua terra passata alla Francia per continuare ad essere Italiano - ha bene in mente gli insegnamenti di suo padre, non tradire mai il giuramento dei tuoi vecchi.
Di convinzioni monarchiche vede nella Monarchia l'unica istituzione che puo' salvare L'Italia e desidera che il suo feretro sia avvolto nel tricolore con al centro lo stemma sabaudo.

Si puo' non condividerla ma e' una lettera civile e nobile che deve essere rispettata da tutti.

Vorrei spingere alla riflessione e dire che per capire la Storia si deve ragionare con la propria testa e non accettare quella confezionata dal regime repubblicano.
Se poi non si sopporta i Savoia, non riesco a capire come mai - a maggior ragione - queste persone non odiano il Potere (da piu' di mezzo secolo la repubblica) che effettivamente e' il vero responsabile della drammatica situazione nella quale e' sprofondato il nostro paese.
La colpa e' sempre ed ancora della Monarchia?

Quando avvengono grandi cambiamenti storici e politici c'e' sempre il rischio di distruggere insieme alla cosa sbagliate anche quelle valide.
E' quello che avvenne nel passaggio dalla monarchia alla repubblica, quando tutta la colpa della guerra e del fascismo fu addebitata a Re Vittorio Emanuele III.
I partiti - tra i quali dominava l'ideologia comunista - per conquistare completamente il Potere abbandonarono la Monarchia, l'istituzione che realizzo' l'Unita' e che - visto come sono poi andate le cose - avrebbe garantito un futuro migliore all'Italia.
Insieme all'acqua sporca (fascismo) si butto' via anche il bambino (monarchia), con il risultato che l'Italia non ha piu' identita', e' in balia di organi internazionali e finanziari che hanno ben poco della democrazia, le istituzioni vivono nei palazzi dorati lontani dagli italiani, abbiamo un deficit pubblicato pazzesco ... l'elenco e' lungo.

Il celebre libro La casta dei politici - una raccolta di corruzione ed inefficenza del sistema italiano - dovrebbe intitolarsi La casta della repubblica.

Purtroppo ormai dominano l'odio, il rancore e l'assurdo principio di fregare il prossimo ...
Che senso ha farci del male a vicenda ?

Un urlo nella blogosfera dal mio blog.


LA MONARCHIA: UNICA SALVEZZA PER L'ITALIA

'Non mi associo alla richiesta sabauda' ma questa Italia deve aprire gli occhi.

Abbiamo raccontato appena ieri la storia di un ex deportato dei lager nazisti che non ha gradito l'esternazione dei Savoia in merito al risarcimento milionario chiesto allo Stato. L'uomo, Marino Pavone, intervistato da Striscia La Notizia, ha espresso la volonta' di incontrare i Savoia dopo la richiesta dei reali di 260 milioni di euro come risarcimento danni per le vicende della storia passata. Pavone vorrebbe raccontare ai Savoia come si vive in un lager nazista. Ci scrive dal Piemonte un lettore del nostro giornale, A.B, per esprimere la sua opinione a proposito del gesto dei Savoia.

'Ho fatto leggere il vostro articolo- scrive A.B.- a Carletto Cairo di Ceva, classe 1922. Catturato a Zara fu internato in un campo di concentramento da dove ritorno' menomato nel corpo e nello spirito per aver voluto mantener fede al giuramento di fedelta' al Re. Non ha voluto commentare, aveva le lacrime agli occhi.Quest'uomo, poeta dialettale piemontese, e' il padre di Albertino Cairo, notoriamente conosciuto come 'l'angelo di Kabul' per la sua grande opera umanitaria che da anni compie in quel paese.

Chi le scrive, invece, classe 1938, ha bene in mente gli insegnamenti di suo padre, 'non tradire mai il giuramento dei tuoi vecchi'.
Il nostro lettore esorta quindi a comprendere 'lo sdegno di un uomo per la richiesta dei danni da parte dei Savoia.Sono di convinzioni monarchiche perche' vedo in quest'istituzione l'unica salvezza possibile di quest'Italia che amo con tutto il mio cuore, seguendo l'esempio di mio padre che nel 1947 preferi' abbandonare i suoi beni e la sua terra passata alla Francia per continuare ad essere Italiano.
Non mi associo alla richiesta sabauda, ma fremo d'indignazione leggendo gli insulti e gli improperi rivolti a questa Famiglia. Nessun uomo al mondo puo' giudicare l'operato di Casa Savoia in 1000 anni di storia d'Italia: solo Dio ne e' giudice perche' ne fu testimone.

E non mi associo alla presunta legalita' della nascita della Repubblica.
In quest'Italia dove una guardia giurata, percio' una persona per bene, come tante altre in Italia, andando a cena ha bevuto una birra si suicida per aver perso la patente e non poter piu' lavorare, dove uno straniero ubriaco uccide quattro persone e viene condannato agli arresti domiciliari in un lussuoso residence, dove si da' la cittadinanza onoraria ad una persona condannata a molti anni di carcere per eversione e forse non solo questo, c'e' posto anche per questa richiesta che, personalmente intendo solo provocatoria nei confronti dello Stato perche' le loro Altezze Reali ben sanno che a pagare sarebbe il popolo e questo sicuramente non e' nei loro progetti.
Un popolo dissaguato dal malgoverno, a cui rimangono solo piu' gli occhi per piangere. Ma quei signori che stanno nei palazzi del potere manipolando la notizia a loro favore, con quei quattro illusi che non hanno ancora capito il fallimento della loro idealogia, che se aprissero il pugno cadrebbe la 'cicca' fascista d'un tempo, gettano fango sui discendenti di una famiglia che ha costruito nei secoli l'Italia.
La monarchia sabauda e' stata sepolta ad Altacomba con Sua Maesta' Umberto II° che ha voluto nella sua bara il sigillo dello Stato.
Percio' mi chiedo : 'Che cosa guarda il repubblicano Ministro Guardasigilli?'
Che cosa vuole in effetti questo ramo dei Savoia che ha contravvenuto alle regole dinastiche di Famiglia? Non so.

Comunque, come tanti altri, quando sara' ora, il piu' lontano possibile, il mio feretro sara' avvolto nel tricolore con al centro lo stemma sabaudo'.

AB.

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