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giovedì, febbraio 08, 2007

Sofri vulnus repubblicano




Olga D’Antona, deputata DS e vedova del giuslavorista assassinato dalle Brigate Rosse, ha dato una lezione di civiltà al suo partito ed a tutto il sistema repubblicano.

Un ex terrorista (sofri) condannato con sentenza passata in giudicato per l’omicidio di un servitore dello Stato, che non ha finito di scontare la sua pena, è interlocutore privilegiato del partito principale di governo.

Solo in un paese delle banane possono succedere cose del genere.
Credo che si debbano fare i conti con la storia e che il modo peggiore sia comportarsi come se non fosse successo niente.


«Perché era presente al dibattito dei Ds?»

Sofri è un interlocutore privilegiato dei Ds?
A porre la domanda è Olga D’Antona, vedova del giuslavorista assassinato dalla «nuove» Br e deputata della Quercia.
«In occasione della presentazione della mozione di maggioranza dei Ds, tra gli interlocutori chiamati a discutere con Piero Fassino, Massimo D'Alema e Walter Veltroni, c'era anche Adriano Sofri», ha reso noto la donna.
«Premetto che a volte ho avuto modo di apprezzare le cose che Sofri ha scritto e che, in considerazione del suo stato di salute, non ho mai manifestato contrarietà alla concessione della grazia nei suoi confronti per motivi umanitari», spiega D’Antona, aggiungendo che non ha mai «mostrato un particolare accanimento né spirito di vendetta verso chi, pur essendo stato autore di gravi atti di terrorismo, ha scontato la propria pena e ha mostrato segni di ravvedimento».

Questo caso, però, è diverso. Infatti, «Sofri è stato condannato con una sentenza passata in giudicato per l'omicidio di un servitore dello Stato e non ha ancora finito di scontare la sua pena». Quindi la riflessione sull’imbarazzante scelta del partito di Fassino: «Mi chiedo - continua la donna - perché il gruppo dirigente del mio partito, che è partito di governo, lo sceglie come interlocutore privilegiato, in un passaggio che indubbiamente è un passaggio epocale nel nostro partito e nella storia della politica italiana. Qual è il messaggio simbolico di questa scelta? Se si ritiene che Sofri sia vittima di un errore giudiziario, in base ad elementi concreti, perché non chiedere la revisione del processo per scagionarlo e cercare i veri colpevoli? Ma se invece è colpevole, come la magistratura ha ritenuto - conclude la deputata dei Ds - chiedo ai dirigenti del mio partito, che hanno ricoperto e ricoprono importanti incarichi di governo, se in un Paese democratico questo non rappresenti un vulnus nei rapporti con una delle più importanti istituzioni dello Stato, cioè nei confronti della magistratura, che ha emesso una sentenza definitiva, infliggendo una pena non ancora completamente scontata».

Naturalmente, sull’episodio non sono mancate polemiche: «La presenza di Sofri, condannato per omicidio del Commissario Calabresi, come interlocutore privilegiato alla presentazione della mozione di maggioranza dei DS, getta una luce inquietante sulla nascita del Partito Democratico», ha dichiarato Publio Fiori, segretario di Rifondazione DC e già vittima di un grave attentato delle BR nel quale fu colpito da sei colpi alle gambe e tre al torace.
«La scelta dei Ds ha avuto il solo effetto di rinnovare una ferita mai sanata a tutte quelle famiglie di servitori dello Stato che hanno dato la vita nell'adempimento del proprio dovere», fa notare il capogruppo di Idv alla Camera Massimo Donadi. Una scelta, tuttavia, difesa dalla segreteria della Quercia.
«Sofri è una personalità della cultura italiana, espressione anche di una visione globale dei problemi del mondo e di una tensione innovativa della politica e della sinistra - sostiene il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca - Per questi motivi siamo ben felici che abbia portato il suo contributo, peraltro apprezzato, alla presentazione della mozione e siamo fiduciosi che come altre personalità della cultura sarà interessato alla costruzione del Partito Democratico». Gli fa eco Andrea Ranieri, sempre della segreteria Ds: «Sofri è una testimonianza di capacità di cambiamento, per questo sono stato felice di vederlo al tavolo per la presentazione della mozione Fassino».

iltempo

mercoledì, febbraio 07, 2007

Repubblica delle banane




Con una lettera aperta gli ambasciatori di sei Paesi della Nato hanno chiesto all'italia di continuare a sostenere la presenza dei nostri soldati in afghanistan.

Il ministro degli esteri italiano d'alema ha rispedito le richieste al mittente definendo l'iniziativa dei diplomatici un'inopportuna interferenza esterna nel corso di un processo decisionale su una materia che è e resta di esclusiva competenza del governo e del Parlamento.

La risposta italiana sarebbe giusta se l'italia avesse una politica estera chiara e forte ma non è così, anzi la sinistra massimalista tiene in scacco il governo in materia di politica estera e forse proprio per questo appaiono le preoccupazioni dei paesi alleati sono comprensibili...

In realtà l'attuale maggioranza ha usato toni duri contro gli altri stati della Nato più che altro per uscire dall'empasse nel quale il governo è costretto a vivere, e cioè soddisfare glì estremisti di sinistra.

Secondo me, non solo l'attuale esecutivo ma fin dal 1946, lo stato repubblicano italiano non ha mai avuto una qualche parvenza di credibilità in politica estera.
La repubblica italiana è uno stato di confine, di sovranità limitata, un paese diviso in due anche all'interno ...

In fondo ha ragione caldaroli, viviamo in una repubblica delle banane.
Ma non solo adesso ..


Calderoli a d’Alema: Trattati come “Repubblica banane”

Roberto Calderoli, coordinatore delle segreterie della Lega Nord dice che “sicuramente, come scrive il ministro D’Alema, sono inopportune interferenze le lettere degli ambasciatori inviate ad un altro Stato sovrano”.

Ma il problema — aggiunge — è capire dove sia caduta la nostra credibilità internazionale dopo appena otto mesi di governo del centrosinistra se Paesi come Usa, Gran Bretagna, Canada, Australia, Olanda e Romania non ci ritengano più tali, ovvero uno Stato sovrano e tanto meno un alleato affidabile, al punto di dover dare suggerimenti non attraverso i Capi di Stato o i rispettivi ministri degli Esteri, ma attraverso i loro ambasciatori proprio come si farebbe con una Repubblica delle banane…“.

kataweb

domenica, febbraio 04, 2007

Il calcio è morto, lo stato dov'è ?



Ho la sensazione che la vicenda di catania è quella del Déjà Vu, cose già visto. Anche le frasi che si ascoltano dalle autorità politiche e sportive non sono nuove.
A questo punto siamo stufi di discussioni sterili.

Purtroppo il calcio non è più uno sport, ci sono troppi interessi economici, il dio denaro ha trasformato il calcio in business, non esiste più il calciatore legato ad una squadra ed amante del pallone, quel che conta è il contratto, la popolarità...
Infatti i giovani si avvicinano al calcio non più per imitare i campioni (ci sono ancora ?) ma per guadagnare un sacco di soldi senza fare sacrifici e per evitare di studiare ...
Inoltre i giocatori di serie A, neanche più bravi dei dilettanti, guadagnano milioni di euro all'anno ....mentre molti giovani italiani non hanno lavoro o sono sottopagati e sfruttati...
Nel calcio ci sono tanti soldi, la popolarità, le belle donne, non si studia, non esistono i sacrifici, macchine, moto, interviste televisive e giornalistiche...

Secondo me la colpa di quello che succede nel calcio, non è solo dei club e dei tifosi, ma anche e soprattutto della società che è marcia.
Quello che è successo a Catania più che sconvolgente è disperante, i fatti di Catania riproducono ed esasperano un fenomeno presente ovunque in Italia cioè il disagio giovanile e la mancanza di principi e valori.
Inoltre c'è anche il bisogno di un nemico contro il quale sfogare ire e frustrazioni e al quale addossare qualsiasi tipo di colpe.

Insomma la società moderna, plasmata anche dallo stato repubblicano, ha distrutto la gioventù, non esistono valori, i giovani non sanno più cosa sia la responsabilità.

Non per difendere nessuno, ma i giovani rifiutano la società attuale e non avendo modelli validi da seguire, per rabbia e disperazione compiono atti così sbagliati ...

E' deprimente constatare come nemmeno di fronte alle tragedie più toccanti, come la morte dell'ispettore di polizia a Catania, in italia la classe dirigente (politici, presidenti dei club e giornalisti) non abbia mai il coraggio di chiedere scusa e si cerchi di cambiare strada.

Uno stato con una moralità ridotta ed incapace di svolgere il suo ruolo si deve solo vergognare.
Un paese così sicuramente non ha futuro !!

giovedì, febbraio 01, 2007

Cocaina


L'enorme consumo di cocaina è indice di una società in profonda crisi dove non ci sono più punti di riferimento e gli uomini hanno paura del futuro.

Ormai gli esperti paragonano la cocaina all'influenza: facile da prendere, veloce nel diffondersi e in grado di colpire tutti, indipendentemente da età o classe sociale. Secondo i dati più recenti riferiti al 2005, ben 7 italiani su 100 dichiarano di averne fatto uso.

Questa piaga è distribuita in tutto il mondo, ma se sono proprio gli stati più avanzati a farne più uso significa che il cosiddetto progresso sta costruendo un mondo moderno dove l'uomo non si trova a suo agio.
In fondo l'uomo usa la droga per scappare dalla società perchè l'uomo è confuso e sconvolto da un mondo disumano e anacronistico che non gli da la possibilità di poter discernere con senso di responsabilità il suo modo di comportarsi.

Infatti si conoscono benissimo gli effetti che la droga produce e quindi le persone che la usano lo fanno perché non credono più nella vita.
La lotta alla droga si vince solo con un discorso serio e preventivo proponendo politiche sociali che facciano sentire all'uomo il senso della sua creatività, il senso della sua autogestione e la gioia del vivere.
Purtroppo le politiche sociali sono completamente assenti dall' ordinamento socio-politico del nostro paese, c'è più che altro una forma di assistenzialismo caritativo e il diritto di fare quello che si vuole.

Per tornare al nostro paese, mi sembra opportuno ricordare che tra i consumatori di stupefacenti ci sono anche molti parlamentari, ed ecco forse perchè molti politici sono antiproibizionisti o perlomeno favorevole alla depenalizzazione dello spaccio od uso di droga.
Dall'allarme del ministro dell'interno nasce una domanda spontanea :
Non ha nessuna responsabilità la classe politica repubblicana di questa spaventosa domanda di cocaina ?
Riflettano i politici e seriamente comincino a pensare a quali sono i veri e reali interessi dei cittadini.

L'allarme del ministro dell'Interno Giuliano Amato a Napoli
«Italia, consumo gigantesco di cocain
Il ministro ha posto l'attenzione sul problema droga dicendo che in Italia c'è «un consumo gigantesco di cocaina, una spaventosa domanda di cocaina»

Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, a Napoli per fare il punto sul patto per la sicurezza pone l' attenzione sul problema droga e dice che in Italia c'è «un consumo gigantesco di cocaina, una spaventosa domanda»

Amato prende ad esempio proprio il caso Campania, dove in una anno è stata sequestrata una tonnellata di cocaina. «Tutta questa droga forse non era destinata alla regione ma vuol dire comunque che c'è un consumo gigantesco nel Paese - ha detto nel corso della conferenza stampa seguita agli incontri in prefettura a Napoli».
Che poi ha continuato: «Se la nostra collettività esprime una domanda così grande, è bene che si rifletta e l'azione di contrasto si intreccia con il terreno dell'azione privata. La diffusione della cocaina, tra l'altro, è una delle attività che provoca più tensioni e conflitti, eppure trova un consenso così ampio».

ilcorrieredellasera

mercoledì, gennaio 31, 2007

Lusso repubblicano

Un interessante articolo è stato pubblicato su Il Giornale (30-gennaio-2007) sui costi del quirinale ed ho deciso di postarlo nel mio blog.
Se ce ne fosse bisogno, questo articolo dimostra che - anche - al quirinale c'è uno spreco sbalorditivo dei soldi degli italiani.

Altro che rigore e trasparenza.

La repubblica trasforma in spreco tutto ciò che tocca, ed anche il Quirinale è diventato un lusso eccessivo.

Mi sia concesso che trovo sgradevole che non ci sia una scusa o spiegazione dell'oblio che c'è stato finora da parte della repubblica sui costi del quirinale.
Perchè questo silenzio?

Uno può continuare a preferire la repubblica, ma non certo perchè costa meno della monarchia.
Cari repubblicani dovete accettare che la repubblica costa molto di più della monarchia!




Ma quanto ci costa il Quirinale

Un gesto di buona volontà del Quirinale - dove è stato finalmente deciso di rendere pubblico il bilancio interno - ha riattizzato il dibattito sui costi spropositati della politica in Italia. Risulta dalla nota del Colle che il personale complessivo è di 2181 dipendenti. Di questi, gli addetti di ruolo alla Presidenza ammontano a 1095 unità. Tra loro ci sono 108 dipendenti in diretta collaborazione con i vertici della Presidenza: e poi 1086 militari - tra loro i 297 corazzieri - e addetti alla polizia e alla sicurezza. Un organico superiore di unità a quello del 1998. Questo apparato - e la manutenzione dell'immenso palazzo che fu dei Papi e dei re d'Italia, nonché dei suoi giardini - imporrà quest'anno una spesa di 235 milioni di euro: il che in valori monetari depurati dell'inflazione significa il 60 per cento in più rispetto a dieci anni or sono, e il triplo rispetto a vent'anni or sono. Il bilancio di previsione è inferiore d'un milione di euro a quanto stabilito dal bilancio pluriennale dello Stato, 3,23 per cento di aumento anziché 3,5.
Cioè si spenderà un pochino meno di quanto previsto, ma più che l'anno prima.

L'unica voce praticamente stabile, e oltretutto ragionevole, è quella dell'appannaggio presidenziale, fermo a 218.407 euro (e soggetto, per una decisione presa a suo tempo da Oscar Luigi Scalfaro, alla normale tassazione). Alle critiche per la spesa quirinalizia si è associato Emanuele Filiberto di Savoia affermando che i costi della monarchia erano «venti volte inferiori» (prescindendo, è ovvio, dal costo, dalle distruzioni, dalle perdite umane di una guerra perduta). Seccato per i rilievi negativi, il Quirinale li ha detti «inappropriati» ed ha sottolineato che sono affiorate ultimamente nuove esigenze di sicurezza e di valorizzazione del patrimonio artistico.

Fermissima impressione del cittadino comune è che il Quirinale sia un lusso eccessivo, e sia gestito con lusso eccessivo.
Impressione giusta o impressione sbagliata? I raffronti risultano impietosi per il mastodonte burocratico del colle più alto. Raffaele Costa scrisse nel suo libro «L'Italia dei privilegi» che la regina Elisabetta II d'Inghilterra dispone di 300 dipendenti, il re di Spagna di 543, il presidente Usa di 466, l'imperatore del Giappone di mille all'incirca. Ma proviamo a esaminare i casi di presidenze vicine all'italiana, ossia la tedesca e la francese. Ho fatto ricorso, per avere dati recenti e precisi, alla cortesia dei colleghi Salvo Mazzolini (Berlino) e Alberto Toscano (Parigi).

In Germania il presidente della Repubblica - attualmente Horst Kohler - ha, come il nostro, compiti soprattutto di rappresentanza e di garanzia, ma rispetto al nostro più affievoliti. Lo si può paragonare ai sovrani scandinavi. Il potere vero spetta al cancelliere. Ecco allora le informazioni di Mazzolini: «Nel 2006 sono stati stanziati per le spese della Presidenza diciannove milioni 354mila euro. Questa cifra è comprensiva di tutto, stipendio del presidente e del personale, spese ordinarie e straordinarie, viaggi all'estero, manutenzione delle due residenze (Bonn e Berlino). Il presidente ha uno stipendio annuo netto di 199mila euro, e dispone inoltre d'uno straordinario (78mila euro nel 2006) per spese di rappresentanza e interventi di vario tipo. Gli organici della presidenza ammontano a 160 unità tra consiglieri, funzionari, impiegati, personale addetto alla manutenzione e alla sicurezza. Il numero dei dipendenti è fissato per legge. «Meno d'un decimo di quella del Quirinale la spesa tedesca, molto meno d'un decimo il personale».

Il presidente francese non è una figura rappresentativa e notarile: ha un forte ruolo operativo - e in settori come quello degli esteri e della difesa prevalente - nella politica francese. L'Eliseo di Jacques Chirac - ancora per poco - non è un osservatorio o un luogo di verifiche, è una plancia di comando. Ecco il ragguaglio di Toscano: «Effettivi della Presidenza: 941 persone di cui 365 militari. Tra quei 941 gli addetti al Capo dello Stato, alla sua famiglia, alla sua abitazione e alle sue relazioni personali sono 192 di cui 29 militari; gli addetti ai servizi della presidenza sono 749 di cui 336 militari. La presidenza include le sedi staccate o di vacanza di palazzo Marigny (accanto all'Eliseo), castello di Rambouillet, forte di Bregancon e altri immobili. Tra questi un appartamento, vicino alla torre Eiffel, dove Mitterrand ospitava la madre di Mazarine, la sua figlia segreta.

La dotazione del presidente della Repubblica, comprese le spese di rappresentanza e di viaggio, è di un milione 736mila euro. Aggiungendo le retribuzioni del personale si arriverà per il 2007 a circa 32 milioni di euro, in lieve calo sul 2006. Inoltre sono previsti «fondi speciali» per oltre cinque milioni di euro annui. Il Presidente paga l'Irpef su un salario mensile lordo di 6627,45 euro. Lasciato l'Eliseo Mitterrand ebbe 4300 euro mensili della pensione di ex presidente e 4400 euro mensili di altre pensioni: gli spettavano inoltre, come ex, lo stipendio per due addetti al segretariato, una guardia del corpo, auto blu e autista». La disparità enorme tra la spesa per l'Eliseo - 32 milioni di euro - e la spesa per il Quirinale - 235 milioni - lascia supporre che in Francia alcune voci importanti siano contabilizzate a parte. Poco più di un anno fa un'inchiesta di Nouvel Observateur sostenne che i bilanci dell'Eliseo erano truccati, e che la spesa era tripla di quella resa nota, ossia 90 milioni di euro. La cifra parve ai francesi mostruosamente alta.

Perché il Quirinale è così caro?
Intanto perché la politica e la burocrazia italiana tendono a dimensionarsi, nei piani alti, al livello delle cinque stelle lusso. Ci comportiamo - o meglio loro si comportano - come un Paese straricco. Parlamentari ed europarlamentari sono i più pagati d'Europa, i consiglieri regionali sfiorano - e in Sicilia raggiungono o superano - la retribuzione sontuosa di deputati e senatori, il governatore della Banca d'Italia è il banchiere centrale meglio retribuito del mondo - tranne pare Hong Kong -, anche nelle propaggini manageriali della politica non si scherza e chi guida l'Alitalia in bancarotta incassa più di chi guida la Lufthansa.
Si sciala nelle retribuzioni, si sciala nell'assegnazione di personale anche se da ogni ufficio pubblico si levano strazianti invocazioni perché «gli organici non sono completi». Qualche giorno fa s'è accennato all'istituzione d'una «autorità» per la tutela dei diritti dei detenuti, e veniva ventilato un organico di cento (cento!) dipendenti. A far che?

Torniamo al Quirinale. Per strutturare una presidenza che è forte per la stabilità - sette anni - ma debole per l'ambito decisionale potevano essere seguite due strade: un Quirinale leggero e un Quirinale pesante. L'opzione della leggerezza era suggerita dal fatto che il Presidente della Repubblica «non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni» tranne che per Alto Tradimento o per attentato alla Costituzione. Nessun suo atto è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti (e s'è visto quale diatriba giuridica sia stata inscenata per la grazia a Sofri e altri).

È stata invece prescelta, non disinteressatamente, la formula della pesantezza, e d'un fatato universo quirinalizio dove per esempio all'ufficio postale - Raffaele Costa dixit - erano adibite 16 persone. Il Quirinale così messo in piedi è una sorta di bonsai - ma anche un bonsai può essere gigantesco - che riproduce quasi tutte le varietà della selva burocratica italiana. Tre boiardi stanno alla sommità della piramide, il segretario generale e i suoi due vice. Ci sono poi i consiglieri, ciascuno di loro è un miniministro a capo di un miniministero: consigliere per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali (ministro della Giustizia), consigliere diplomatico (ministro degli Esteri), consigliere militare (ministro della Difesa), consigliere per gli affari interni (ministro dell'Interno) e così via. Il tocco quirinalizio fa lievitare le retribuzioni. Chi è «comandato» al Quirinale da altre amministrazioni riceve, anche se le sue mansioni in sostanza non cambiano, una vistosa gratifica monetaria (successivamente avrà anche, il più delle volte, gratificazioni di carriera).

Non si può dare addosso al solo Quirinale: men che meno nel momento in cui dal colle più alto viene, dopo troppo lunghe reticenze, un esempio di trasparenza. Semplicemente si vorrebbe che la questione dei costi della politica, messa sul tappeto, non finisse presto nel cestino. La politica - e con termine più alto la democrazia - è necessaria e ha costi che dobbiamo accettare: così come li ha l'automobile, egualmente necessaria. Ma non è indispensabile muoversi in Rolls Royce, va bene anche la Panda.

Mario Cervi

ilgiornale