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sabato, dicembre 15, 2007

Declino della repubblica


Il famoso giornale New York Times con un articolo ha descritto in maniera realistica la drammatica situazione del nostro Paese, un paese che sta affondando.

Le critiche del New York Times sono difficilmente contestabili, ma si sa già molto bene che in Italia ci sono troppe cose che non funzionano.
Lo stupore sta nel fatto che la bocciatura del sistema Italia arriva da un giornale estero ed autorevole.

C'è anche un videopubblicato sul New York Times, dove ampio spazio è dedicato a beppe grillo.
Se l'Italia è rappresentata da un comico, vuol dire che siamo ormai alla frutta.

Ormai l'Italia non corrisponde più allo stereotipo del passato (bel paese del canto, del sole, spaghetti e mandolini), il New York Times descrive un'Italia infelice, attraversata da un malessere collettivo, economico, politico e sociale.

L'Italia infelice è da tempo in decadenza per colpa di un sistema (istituzione, costituzione, politica) che non riesce a guidarla, dove è impossibile far le riforme per modernizzarla.
In Italia non esiste un sistema fondato sulla meritocrazia e sull’uguaglianza, piuttosto viviamo in un’anomalia inquietante in cui prevalgono ingiustizie e privilegi.

Forse l'Italia potrebbe anche avere i fondamentali per farcela (genialità laboriosità..), ma è il contesto determinato dal sistema politico-istituzionale (la repubblica), che rende impossibile il superamento della decadenza nella quale viviamo.
D'altronde la repubblica non può risolvere i problemi per il semplice fatto che è lei che li ha causati.

Se non si ha fiducia nello stato, nelle istituzioni, nella classe politica, significa che si deve riformare tutto il sistema, cambiare forma istituzionale, costituzione, classe politica....
In poche parole una rivoluzione.


Nyt: Italia in decadenza

Perché gli italiani sono il popolo più infelice dell'Europa Occidentale? Il quotidiano New York Times cerca oggi di trovare una risposta a questa domanda in un lungo articolo in prima pagina che analizza il "malessere" degli italiani.
«Tutto il mondo ama l'Italia, ma l'Italia non si vuole più bene: c'è un senso di malessere generale nel paese». E, per dirla con il neosegretario del Partito democratico, Walter Veltroni, scrive l'autore del pezzo, Ian Fisher, «There is more fear than hope», gli italiani hanno più paure che speranze».

Il Nyt sottolinea che il "malessere" dell'Italia si estende a tutti i campi: economia, politica, vita sociale. «I problemi che affliggono gli italiani sono in gran parte non nuovi - osserva il giornale - e questa può essere proprio il problema maggiore. L'Italia ha creato la sua maniera di appartenere all'Europa, lottando come pochi altri paesi hanno fatto, con una politica di divisione, una crescita economica irregolare, il crimine organizzato e un senso tenue dello Stato», rileva il quotidiano americano. Il senso di frustrazione nasce anche dal fatto che i vecchi problemi della società italiana continuano a resistere e in alcuni casi si sono aggravati «mentre il mondo esterno continua a correre più rapidamente».

«Nel 1987 l'Italia aveva celebrato la sua parità economica con la Gran Bretagna - osserva il New York Times - adesso la Spagna, entrata nella Unione Europea solo un anno prima, è sul punto di fare il sorpasso mentre l'Italia è già caduta di nuovo dietro la Gran Bretagna». I dati mostrano una Italia più povera e più vecchia, dove la qualità della vita sta peggiorando, dove aumentano i divorzi e dove il tasso di natalità continua ad essere tra i più bassi d'Europa. Un problema è che alcuni dei punti di forza del paese si stanno trasformando adesso in debolezze. Uno degli esempi più evidenti è quello, in campo economico, delle aziende piccole e medie che, dopo avere avuto per lungo tempo un ruolo di traino, adesso sono sempre più in difficoltà nell'era della economia globale.

Il malessere politico degli italiani è simboleggiato, rileva il New York Times, dalla ascesa del comico Beppe Grillo e dalla popolarità del suo attacco alla classe politica italiana al grido di «Basta! Basta!». Sono diventati best-seller in Italia libri come "La Casta" e "Gomorra" che attaccano il comportamento dei politici. La ricerca della University of Cambridge che ha mostrato che gli italiani sono i più infelici tra 15 nazioni dell'Europa Occidentale esaminate, mostra un collegamento tra fiducia nel proprio parlamento e livello di insoddisfazione di una nazione. I più felici sembrano i danesi (che hanno fiducia al 64 per cento nelle istituzioni), i più infelici sono gli italiani (solo il 36 per cento si fida). L'ex-premier Silvio Berlusconi ha perduto le elezioni per non avere mantenuto le promesse fatte ma il nuovo governo di Romano Prodi non appare come la panacea - osserva il New York Times - Ha deluso fin dalla sua prima scelta: un governo con ben 102 ministri o sottosegretari, un nuovo record negativo.

Il malessere degli italiani si estende anche all'arte: non ci sono più i Fellini, i Rossellini, le Loren. «Il cinema italiano, la sua Tv, arte, letteratura e musica sono raramente considerate all'avanguardia», afferma il giornale. Tra i pochi aspetti positivi c'è il prestigio che continua a circondare il marchio Made in Italy. Ma l'Italia deve stare ben attenta a non seguire il destino della Repubblica di Venezia, una delle città più belle del mondo diventata, dopo la perdita del dominio commerciale, quello che è oggi: «Uno splendido cadavere calpestato da milioni di turisti». L'Italia, immersa nella sua grandezza del passato, costretta a vivere sui turisti anziani che continuano a visitarla, rischia di diventare - conclude il New York Times - la Florida dell'Europa, il paradiso dei pensionati.

ilsole24ore

giovedì, dicembre 13, 2007

Norme e stipendi d'oro


Passato al Senato, il tetto agli stipendi d'oro è stato cancellato alla Camera, anzi i grandi dirigenti pubblici potranno guadagnare di più.
Alla Camera è stato tagliato il taglio che il Senato aveva approvato sugli emolumenti dei manager pubblici.

Sull’onda dell’indignazione popolare di alcuni mesi fa (già forse normalizzata dal regime repubblicano) la classe politica pensò che tutti gli stipendi pagati con soldi pubblici non potessero superare lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione, che dovrebbe essere 274 mila euro all’anno.

Dopo una serie di correzioni (nessuna norma può essere retroattiva,stipendio ridotto gradualmente, alcune deroghe per RAI, Authority, Organi costituzionali..) si è giunto al limite massimo di 548 mila euro, cioè il doppio rispetto a quello del primo presidente della Corte di Cassazione.

Come al solito le promesse dei politici cadono sempre nel vuoto, il sistema normalizza anche l'incredibile, la classe politica introduce meccanismi contorti e nascosti per consentire il magna-magna repubblicano.

Un'altra vergogna della repubblica...

Tutti sono concordi che bisogna fare qualcosa per ridurre la spesa pubblica e gli sprechi, ma i risultati del sistema repubblicano sono questi...
Ormai l'Italia non ce la fa più.

La riforma aveva già avuto l'ok di Palazzo Madama
E alla fine la Camera tagliò i tagli
I deputati sopprimono il tetto agli «stipendi d'oro» dei manager pubblici

Taglia, taglia, scusate il bisticcio, stanno tagliando i tagli. L'ultimo a essere soppresso è stato il tetto agli «stipendi d'oro». Passato al Senato, è stato cancellato alla Camera. Anzi, d'ora in avanti i «grand commis» pubblici potranno guadagnare anche di più. Alla faccia di tutte le promesse intorno al bisogno di sobrietà. E di tutti gli italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Eppure, dopo tante retromarce nella sbandierata moralizzazione avviata solo per placare l'indignazione popolare, pareva che almeno questo principio fosse acquisito: chi lavora per la sfera pubblica (dai ministeri alle Regioni, dalle aziende di Stato alle municipalizzate) non deve avere buste paga, liquidazioni e pensioni troppo alte. Per mille motivi. Perché le nomine sono spesso dovute non alle capacità professionali ma alle amicizie giuste. Perché in cambio di certi appannaggi non viene chiesta talora efficienza ma piuttosto «gentilezze» al partito di riferimento. Perché nel mondo privato, tirato in ballo a sproposito, chi guadagna molti soldi deve anche render conto agli azionisti del proprio operato (nei Paesi seri) e non mangia contemporaneamente a due greppie: i contratti deluxe del libero mercato e le sicurezze del sistema pubblico.

Ed ecco che Palazzo Madama aveva approvato, all'articolo 144 della Finanziaria, le seguenti regole: «Il trattamento economico onnicomprensivo di chiunque riceva a carico delle pubbliche finanze emolumenti o retribuzioni nell'ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con pubbliche amministrazioni statali (...) agenzie, enti pubblici anche economici, enti di ricerca, università, società non quotate a totale o prevalente partecipazione pubblica nonché le loro controllate, ovvero sia titolare di incarichi o mandati di qualsiasi natura nel territorio metropolitano, non può superare quello del primo presidente della Corte di cassazione». Cioè 275 mila euro l'anno. Chiaro? Chiarissimo: il limite valeva per tutti (tutti) gli stipendi pagati con soldi pubblici. Compresi «i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, i presidenti e componenti di collegi e organi di governo e di controllo di società non quotate, i dirigenti». E se per trattenere Fiorello o strappare Gerry Scotti a Mediaset la Rai fosse costretta a offrire più della concorrenza? Previsto anche questo: «Il limite non si applica alle attività di natura professionale e ai contratti d'opera» se si tratta di «una prestazione artistica o professionale indispensabile per competere sul mercato in condizioni dì effettiva concorrenza ». E se invece si trattasse di strappare alla concorrenza non un cantante ma un grande manager che sul libero mercato potrebbe guadagnare tre, quattro o cinque volte di più? Anche queste eccezioni erano previste. Come eccezioni, però. Le nuove regole infatti, diceva l'articolo 144, «non possono essere derogate se non per motivate esigenze di carattere eccezionale e per un periodo non superiore a tre anni». Di più: dovevano ottenere la firma del capo del governo e rientrare «nel limite massimo di 25 unità. Corrispondenti alle posizione di più elevato livello di responsabilità». Riassumendo: solo venticinque altissimi dirigenti pubblici in tutto il Paese e per un periodo limitato (quindi niente pensioni d'oro e niente liquidazioni stratosferiche) potevano guadagnare più di 275 mila euro l'anno. Tutti gli altri, sotto. E guai a chi faceva il furbo perché ogni contratto doveva d'ora in avanti essere trasparente. Di più: «In caso di violazione, l'amministratore che abbia disposto il pagamento e il destinatario del medesimo sono tenuti al rimborso, a titolo di danno erariale, di una somma pari a dieci volte l'ammontare eccedente la cifra consentita».

Non bastasse, l'articolo fortissimamente voluto soprattutto da Massimo Villone e Cesare Salvi, autori del libro «I costi della democrazia», metteva un altro candelotto sotto i privilegi di certi boiardi di Stato: il divieto del cumulo di poltrone, a meno che non accompagnato da una robusta decurtazione delle prebende. Insomma: una piccola grande rivoluzione. Che per la prima volta cercava di mettere ordine in un sistema che negli ultimi anni aveva lasciato i cittadini basiti davanti a casi clamorosi. Come quello di Giancarlo Cimoli, che guadagnava alle Ferrovie circa 1,5 milioni di euro l'anno e se ne andò, per andare a guadagnarne 2,7 all'Alitalia, con una liquidazione per «raggiungimento risultati » (il pareggio) di 6,7 milioni. O del suo successore Elio Catania, che per un paio di anni alle Ferrovie (lasciate con un buco di 2 miliardi e 155 milioni) incassò una buonuscita di 7 milioni. O ancora quello di Massimo Sarmi che alle Poste prende un milione e mezzo di euro l'anno cumulando le buste paga da amministratore delegato e di direttore generale. Per non dire di certi arbitrati, compensati con parcelle da capogiro. Tre per tutte? Quella spartita (in tre) dal collegio guidato dall'ex presidente del Consiglio di Stato Mario Egidio Schinaia (1,4 milioni), quella finita al collegio presieduto dall'avvocato dello Stato Giuseppe Stipo (1,3 milioni per due verdetti), quella incassata dal collegio pilotato da Marcello Arredi, capo del dipartimento Infrastrutture stradali del ministero delle Infrastrutture e presidente nel 2006 di un collegio incaricato di regolare una controversia fra l'Anas e l'Impregilo: 1,2 milioni. Soldi in più, oltre lo stipendio. Potevano i potentissimi Grand Commis accettare una sforbiciata del genere? No. E così, subito dopo l'approvazione in Senato, talpe sapienti hanno cominciato a rosicchiare l'articolo 144, a partire dai trattamenti alla Banca d'Italia, comma per comma, riga per riga. Risultato: la Commissione Bilancio della Camera, tra le proteste di una pattuglia di indignati guidata da Villone, ha praticamente fatto saltare tutti, ma proprio tutti, i punti centrali. E a meno che non intervenga il governo, tutto continuerà come prima. Anzi, peggio. Perché il messaggio all'opinione pubblica, dopo tante promesse, è uno solo: marameo.

Lo stesso marameo che, dalle bianche spiagge di Bali, lanciano agli italiani i componenti della affollatissima delegazione italiana al vertice mondiale sul clima: 52 persone. Dicono Alfonso Pecoraro Scanio e il suo staff che altre delegazioni sono ancora più numerose. E che l'altra volta, a Montreal, l'allora ministro Altero Matteoli si portò perfino due agenti di scorta. Sarà. Ma ci restano alcune curiosità: come mai, nel mucchio, oltre a tre rappresentanti del Comune di Milano, due della Regione Lazio, un assessore della Toscana e l'assessore all'Ambiente della Campania Luigi Nocera, riemerso per l'occasione dai cumuli di immondizia napoletana, ci sono solo due sindacalisti della Cgil e della Uil e nessuno della Cisl? Possibile che nessuno della Cisl, con una collana di orchidee al collo, avesse da dire qualcosa sul pianeta?

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella

corrieredellasera

mercoledì, dicembre 12, 2007

Forleo, napolitano, Csm e politica


Secondo Beha, Imposimato gli disse esplicitamente di pesanti influenze sul CSM da parte dei coinvolti dei Ds, (d'alema e fassino) e perfino del Quirinale, affinché la Forleo venisse delegittimata.
Se non sbaglio, il giornalista è di sinistra, il quale ha aggiunto che le notizie giunte a lui non erano supposizioni ma informazioni ricevute.

Il caso D’Alema-Forleo, come per il caso De Magistris, è diventato un’inchiesta che fa tremare il Palazzo.
Se fosse vero ci troviamo davanti ad un golpe bianco, ovvero furto di democrazia.

Il quirinale ha replicato dicendo che le insinuazioni
relative a presunte influenze esercitate dal Quirinale sul Csm sono destituite di ogni fondamento.

Innanzitutto è un pò surreale che l’istituzione più alta replichi ad un sito come Dagospia.

Secondo me, non si deve solo verificare se l'affermazioni di Beha sono vere o false.
Infatti al quirinale c'è un politico che ha fatto carriera all'interno del PCI, che è stato votato solo dalla maggioranza del governo prodi e che è anche il presidente del CSM.
E' già molto difficile credere alla indipendenza del CSM dalla politica, ma quando il Csm è presieduto da un politico la cosa perlomeno si complica.

Se poi c'è un'inchiesta che indaga su politici che appartengono alla stessa parte politica dalla quale proviene il presidente della repubblica allora mi chiedo se basta una replica del quirinale.

Purtroppo i mass-media danno ben poco spazio a questa vicenda, che ormai, invece di parlare di temi seri ed importanti, si interessano alla cronaca nera o a notizie futili e secondarie.

Beha contro Napolitano: mi rivelarono che il Colle voleva fermare la Forleo

Conferma tutto. Oliviero Beha non indietreggia nemmeno davanti al comunicato del Quirinale.
«Insinuazioni diffamatorie»: così una nota del Colle liquida, con singolare tempismo, le presunte pressioni del Presidente della Repubblica sul Csm contro Clementina Forleo.
Di quel pressing aveva parlato proprio Beha, giornalista e scrittore, in una lettera a Dagospia. Ma Beha non modifica di una virgola il proprio racconto che si inserisce nel complesso mosaico degli episodi riguardanti Clementina Forleo e le sue denunce: i tentativi di delegittimazione da parte di soggetti istituzionali dopo aver avviato il lavoro di scavo sulle inchieste relative ad Unipol.

Beha, racconti questa storia dall’inizio.
«D’accordo, ma prima devo fare una premessa».
Quale?
«Qui si sta esagerando».
Perché?
«Perché si sta trasformando il caso Unipol, la commistione fra economia e politica, nel caso Forleo, anzi nelle presunte paturnie del gip milanese».
Prospettiva sbagliata?
«È un sistema inaccettabile, falso, troppo comodo per il potere. Mi ricorda la storia di quello che si concentra sul dito invece che sulla luna. Ma qui non c’è neanche il dito, c’è, mi si passi l’espressione, l’unghia. E lo ripeto come cittadino e come giornalista».
Va bene, ma le pressioni?
«A fine luglio Ferdinando Imposimato, un ex giudice non il fornaio sotto casa, mi disse chiaro e tondo che i Ds e il Quirinale avevano esercitato pressioni sul Csm per mettere in difficoltà o peggio delegittimare la Forleo».Accuse gravissime e tutte da dimostrare.
«Imposimato mi sembrava molto sicuro di sé».
Lei non approfondì?
«Era un colloquio riservato, non chiesi nulla. Non ho mai saputo da dove gli derivasse quella certezza».
Imposimato non le nominò il Procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli, pure tirato in ballo in questa storia?
«No, mi ricorderei il nome. Ho sfogliato anch’io i giornali. La Forleo ha spiegato di aver saputo da Imposimato del pressing su Delli Priscoli per avviare l’azione disciplinare contro di lei. E poi ho appreso con stupore che Imposimato, interrogato, ha detto di aver maturato quel convincimento dalla lettura dei giornali. Mah, mi pareva che le sue confidenze avessero ben altra consistenza».

Perché ha tirato fuori i fatti solo nei giorni scorsi?
«No, un attimo. Quella non fu l’unica volta in cui Imposimato mi accennò a quelle pressioni. Me ne parlò in un’altra occasione, davanti all’ex sindaco di Pavia Elio Veltri, poi in margine ad un convegno a fine estate, poi un’altra volta ancora. Credo che Veltri, per la sua parte, possa confermare».
Poi?
«Quando, il mio nome, fatto dalla Forleo, è finito sui quotidiani, ho deciso di uscire allo scoperto. E di mettere, per quel che posso, i puntini sulle i. Oltretutto trovo vergognoso questo tentativo di far passare la Forleo per un magistrato caratteriale, un po’ confuso, con la lacrima facile. Mi spiace, io non ci sto. La commistione fra politica e affari c’è, tanto a destra quanto a sinistra. In questa storia sono coinvolti sei parlamentari: tre della destra e altrettanti della sinistra. Sembrano gli Orazi e i Curiazi».

Il Quirinale ha smentito la sua lettera a Dagospia.
«Sono lusingato come cittadino dalla tempestività del Colle. Devo dire che la rapidità dimostra che al Quirinale hanno i riflessi pronti. Prontissimi.
Certo, trovo anche un po’ surreale che l’istituzione più alta replichi a Dagospia».
Lei ha discusso di questa vicenda con la Forleo?
«No, non la conosco, non l’ho mai incontrata. Ma non accetto che si confondano i piani. Il lavoro critico di un magistrato non può essere diluito o annacquato con considerazioni sulla sua persona. No, va valutato nel merito, altrimenti è finita. Per tutti».
ilgiornale

GIUSTIZIA: DA QUIRINALE NESSUNA INFLUENZA SU CSM CONTRO GIP FORLEO

Milano, 6 dic. (Adnkronos) - Sono destituite di ogni fondamento le insinuazioni diffamatorie relative a presunte influenze esercitate dal Quirinale sul Csm in rapporto a recenti decisioni del Consiglio stesso. Cosi' fonti vicine al Quirinale replicano alla lettera inviata oggi da Oliviero Beha a 'Dagospia' nella quale il giornalista afferma di aver saputo dall'ex giudice ed ex senatore del Pci Ferdinando Imposimato "di pesanti influenze sul Csm da parte dei coinvolti dei Ds (nelle intercettazioni disposte nell'ambito del caso Bnl-Unipol, ndr) e perfino del Quirinale affinche' la Forleo venisse delegittimata".
adnkronos