Sarà perché stimato (troppo) dalla classe politica, per quel senso di superiorità con la quale si presenta nelle interviste e dichiarazioni, il famoso Sartori non mi è mai piaciuto ma questa volta pubblico nel mio blog un suo articolo, comparso sul Corriere.

Condivido l’analisi del professore, finalmente non si limita a criticare la legge elettorale ( alla quale lui dà troppa importanza ) o qualche politico (come ad esempio berlusconi, diventando cosi paladino della sinistra ) ma sottolinea un dato di fatto incontrovertibile e cioé che ci sono troppe cose che non funzionano - dall’intreccio fra malavita e politica, alle ecologia, all’economia, alle infrastrutture eccetera - arrivando alla conclusione che non si può continuare in questo modo.

Erano cose che probabilmente Sartori lo sapeva già, ma finora lo nascondeva, ed indicava i motivi della crisi del sistema nella legge elettorale o nel berlusconismo, fattori, tutto sommato, secondari o che sono conseguenze ma non cause della gravi situazione nella quale stiamo vivendo.

Il titolo la democrazia al verde è tutto un programma, significa che la repubblica ha sperperato i sacrifici degli italiani, ha preso in giro gli italiani, fino addirittura a cercare di distribuire più di quel che si produce.
Solo un sistema corrotto ed incapace può fare tanto e deve essere abbandonato il più presto possibile.

Questo articolo si può considerare come un'appendice del noto libro di Rizzo/Stella La Casta dei Politici.
Il libro si limita ad elencare gli sprechi dei politici ed in genere dello stato repubblicano, con quest’articolo addirittura il famoso politologo della casta giunge ad affermare che la repubblica ormai non ha più soldi in tasca.

Gli italiani è da tempo che si trovano in questa situazione (il potere di acquisto dei nostri lavoratori è del 18% circa inferiore a quello dei Paesi dell’euro),speriamo che questa repubblichetta non pensi di vendere il patrimonio dello Stato per continuare ad ungere il suo diabolico meccanismo.

Sono d'accordo con sartori che i programmi elettorali oramai si riducono a essere strumenti acchiappa-voti - con la gravissima conseguenza che una nazione senza una vera Politica è allo sbando -, ma questo perverso metodo non è solo una tendenza o limitato solo alle elezioni ma è stato utilizzato sistematicamente dalla repubblica.
Sperperare denari pubblici e comprare voti sono delle caratteristiche principale della repubblica italiana, con i quali cerca di conquistare consenso.
Distribuendo favori e favorendo clientelismo non ha certo fatto molto contro la Mafia, ha raschiato il fondo del barile fino addirittura a non avere più soldi.
Insomma la repubblica assomiglia ad un cane cretino che mangia anche la sua coda.

L’unica soddisfazione è che non avendo più soldi da sperperare adesso la repubblica non potrà più sopravvivere.
Speriamo che finirà presto.

IL SOMMERSO DEI PROGRAMMI
Democrazia al verde
di Giovanni Sartori

Torno ai programmi elettorali. Scrivevo che oramai si riducono a essere strumenti acchiappa- voti. Servono per vincere. Il che non implica che servano per ben governare. Può darsi; ma può anche darsi che costringano a governare malissimo. In parte perché promettono quel che non dovrebbero, e in parte perché occultano i veri problemi, i problemi che sono davvero da affrontare. Questi problemi, scrivevo, costituiscono la parte sommersa delle campagne elettorali. Vediamo di farla emergere. Una prima partita sulla quale troppo si sorvola è quella del nostro debito pubblico. Sì, sappiamo che c'è; ma poi si svicola.

Eppure batte ogni record: oscilla intorno al 105% del Pil (prodotto interno lordo), e cioè della ricchezza prodotta dal Paese in un anno; il che comporta un carico di interessi di 70 miliardi di euro. Ora, anche un bambino (ma non i sindacati e nemmeno la sinistra-sinistra) arriva a capire che trovarsi ogni anno con 70 miliardi bloccati è un’intollerabile palla al piede. Questo debito era superato, in passato, dal Belgio, che però è riuscito a dimezzarlo. A noi non riesce. Perché? E' un segreto di Pulcinella, debitamente oscurato da tutti. Una seconda partita dolente, anzi dolentissima, è quella della mafia (nella quale ricomprendo camorra e 'ndrangheta). Vedi caso, nessun programma si impegna in una «guerra alla mafia». Eppure la mafia è la più grossa azienda del Paese, con un fatturato nell'ordine di 90 miliardi all'anno, tutti esentasse, tutti in nero. Ma né Tremonti né Visco né nessuno hanno mai davvero cercato soldi nel colossale patrimonio mafioso.

Perché? E' un altro segreto di Pulcinella. E' che il voto malavitoso condiziona e inquina la politica e le elezioni di metà del Paese. Nel 2001 Berlusconi vinse in Sicilia 61 collegi su 61. E’ comune opinione che quel trionfo fu dovuto anche ai voti controllati dalla mafia. E ora il Cavaliere ritenta il colpo rilanciando il ponte di Messina, che sarebbe inevitabilmente una colossale pacchia per l'onorata società. Come insegna l'autostrada Salerno- Reggio Calabria, fatturata metro per metro dalle cosche. Aggiungo che questo lassismo, e ancor più la collusione tra politica e mafia, sono particolarmente vergognosi perché impiombano l'economia del Sud e di riflesso tutta l'economia italiana. Il Sud non riesce a decollare, economicamente, anche perché strangolato dal «pizzo» e da un gigantesco parassita che oramai è arrivato al Lazio. Come scrive Giorgio Bocca, la malavita sta «sconfiggendo lo Stato in metà dello Stato». Eppure i partiti (paghi di qualche fortunato arresto) non fiatano e anzi candidano personaggi in altissimo odore di sospetto. Una terza grossa partita è quella delle infrastrutture. Sono tante. Qui ho in mente strade e ferrovie, che sono infrastrutture disattese da decenni.

Giuseppe Turani stima che la rete ferroviaria da rifare costerebbe 30-40 miliardi, e che «per diventare (in materia di viabilità) un Paese moderno in media con gli altri Paesi europei dovremmo spendere nell'arco di una ventina d'anni almeno un altro Pil al completo». Basta e avanza così? Purtroppo no. Perché tra le partite ad alto costo c'è anche la partita ecologica e dell'incombente disastro climatico. In materia i nostri Verdi fanno ridere o fanno danno. Per loro il problema principale è di bloccare strade, ferrovie e fabbricati «brutti», nonché il grosso degli impianti per l'energia elettrica e la rigassificazione del metano. Il brutto non piace nemmeno a me. Ma è irresponsabile raccontarci che il fabbisogno energetico (in vertiginosa crescita) sarà fronteggiato dal sole e dal vento. Nel contempo si limitano a piangere, soltanto l'estate, quando i nostri boschi bruciano; e il ministro Pecoraro Scanio si è distinto nel bloccare a Napoli i termovalorizzatori perché il suo collegio elettorale è, appunto, Napoli. Abbiamo sottoscritto gli accordi di Kyoto, dopodiché le nostre emissioni di gas serra (il vero problema) hanno superato del 13% il limite che abbiamo accettato.

La verità è che sia Berlusconi che Prodi del riscaldamento della Terra si sono strafregati, e nemmeno Veltroni si stravolge più di tanto. Quanti Pil verrà a costare, quando i nodi verranno al pettine (sarà presto), questa cecità? Nessuno lo sa né lo vuol sapere. Infine c'è il costo del federalismo promesso a Bossi da Berlusconi. Nei programmi è un costo non contemplato, come se spezzettare il Paese in parecchie Sicilie aggiuntive non comportasse un esiziale aggravio di sprechi clientelari e di ogni sorta di disfunzioni. Pertanto quando si osserva che i programmi del Pd e del Pdl si equivalgono, si dimentica che se Berlusconi vincerà dovrà pagare a Bossi il salatissimo prezzo del suo sostegno. Ripeto, nessuno lo nota ma su questa partita Berlusconi, e soltanto lui, ci costerà molto caro. Cerchiamo di fare il punto a oggi. Siamo una democrazia troppo indebitata? Sicuramente sì. Siamo anche una «democrazia in deficit», per dire che le uscite superano regolarmente le entrate? Per ora è ancora così; e dubito sulla redenzione prevista per il 2012.

La cosa certa è, invece, che siamo una «democrazia al verde», senza un soldo in tasca, e che ha raschiato il fondo del barile (ci resta soltanto la risorsa, poco saggia, di continuare a vendere il patrimonio dello Stato). Si risponde che siamo pur sempre una «democrazia in crescita» in termini di Pil. Ma questa crescita è modestissima. Eppoi il Pil a questo effetto non è un buon indicatore. Il dato significativo è che oggi, secondo i dati Ocse, il potere di acquisto dei nostri lavoratori è del 18% circa inferiore a quello dei Paesi dell’euro. E siccome ci mancano i soldi per rimediare, il mio sospetto è che noi siamo una «democrazia in decrescita» e cioè caduta nel vortice di uno sviluppo non sostenibile che distribuisce più di quel che produce.

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