Per integrare la discussione pubblicata ieri in questo blog, riporto un articolo che ho trovato nella blogosfera.

Per capire davvero la Storia tutti dovrebbero cercare di distinguere i fatti dalla propaganda.
Stupisce il fatto che molti, e mi riferisco soprattutto ai giovani che in genere dovrebbero ribellarsi allo status quo ed al Potere, sembrano accettare la storia del periodo dal 1943 al 1946 raccontata ed imposta dalla repubblica, senza chiedersi se poi sia vero o no.

D'altronde si sa che la repubblica e' un fallimento dal punto di vista politico, sociale, economico, ci sono troppe cose che non funzionano.
Spesso si dice che la repubblica non ha credibilta', che le istituzioni sono lontane dagli italiani, e quindi vi chiedo :
Come si fa a credere che la storia insegnata da questa repubblica, ed in particolare a cio' che si dice sulla Monarchia, sia poi la verita?

LA VERITA’: GLI ORDINI C’ERANO

A Re Vittorio Emanuele III viene spesso rivolta l’accusa di aver lasciato l’esercito senza ordini alla data dell’armistizio.
In realtà le cose andarono diversamente.
Una premessa indispensabile in ogni Monarchia Costituzionale ( in ogni Repubblica) il Capo dello Stato, pur essendo nominalmente capo delle forze armate, non interviene direttamente nell’azione di comando.
Il motivo è molto semplice: anche quando un Sovrano od un Presidente hanno una formazione militare, è evidente che il comando delle forze armate deve essere affidato alle persone più tecnicamente preparate in materia, cioè agli ufficiali di carriera. Tutt’al più, il Presidente od il Re intervengono in situazioni d’estrema gravità, quando sono in gioco i destini della Nazione. Anche in questi casi, però, si limitano a prendere poche decisioni, quelle principali, lasciando ovviamente ai quadri dell’esercito la loro esecuzione.
Fu così non solo dopo il 25 Luglio 1943, con la decisione dell’armistizio, ma anche, per esempio, nel Novembre 1917, quando Re Vittorio Emanuele III impose agli alleati francesi e britannici la sua decisione di arrestare l’offensiva germano-austro-ungarica sulla linea del Piave. In entrambi i casi, il Re salvò la Patria da ben più tristi destini.
Fra i tanti esempi stranieri accenniamo a quello russo: alla fine del 1915, in piena prima guerra mondiale, lo Zar Nicola II decise di assumere direttamente il comando dell’esercito, in grave difficoltà. Lo Zar si trasferì al quartier generale e supervisionò la condotta delle operazioni, lasciando naturalmente ai militari di carriera le decisioni tecniche. Da quel momento, le truppe russe non fecero più un passo indietro.

Tutto crollò, invece, con il colpo di stato repubblicano. Al di là della bontà delle decisioni prese dal vertice dello Stato, è evidente che il risultato finale dipende moltissimo sia dai vincoli imposti dalle situazioni di fatto sia dal modo in cui le decisioni del Capo dello Stato vengono messe in pratica.

Torniamo ora al tema specifico di questo articolo:

1) La possibilità che i tedeschi aggredissero l’Italia subito dopo la proclamazione dell’armistizio era ben nota a tutti i militari Italiani, soprattutto agli ufficiali superiori. Naturalmente, non vi era la certezza che ciò sarebbe successo, ma, giustamente, lo si riteneva estremamente probabile.

2) D’altra parte, è evidente che, in virtù del patto d’alleanza stipulato il 22 Maggio 1939, l’Italia non potesse arbitrariamente voltare i cannoni in faccia ai tedeschi per il solo fatto di aver chiesto un armistizio agli anglo-americani. Quando venne compilato il proclama che il Maresciallo Badoglio lesse alla radio la sera dell’8 Settembre 1943, ci si rese conto che non si poteva ordinare di attaccare i tedeschi. Bisognava invece impartire ordini per il caso in cui i tedeschi avessero attaccato per primi. Ecco dunque il significato della frase chiave di quel proclama: “le forze armate Italiane reagiranno ad attacchi di qualunque altra provenienza”. Un significato del resto ben chiaro anche a semplici soldati, come abbiamo avuto modo di verificare in base a testimonianze dirette. D’altra parte, cessate le ostilità con gli anglo-americani, quale avrebbe potuto essere questa “altra provenienza”, se non quella tedesca? Ricordiamo anche che già il 26 Luglio 1943 le armate di Hitler avevano oltrepassato il Brennero, spingendosi in Veneto ed in Liguria, verso il centro dell’Italia. Gli attacchi a unità italiane cominciarono la notte dell’8 settembre.

3) Ma c’è molto di più. Nella sostanza, tenendo conto del rapido evolversi della situazione, l’ordine di resistere ai tedeschi era già stato impartito con il Foglio 111 CT di metà agosto, con la memoria OP 44 (e relativo e relativo ordine applicativo (diramato da tre ufficiali superiori di Stato Maggiore del Comando Supremo, situato a Monterotondo, che telefonarono personalmente l’ordine, “in telefonia segreta”, a tutti i Comandi ai quali era stata inviata la OP 44 - cfr. Torsiello, in “Rivista Militare”, la rivista ufficiale dell’Esercito, 3 marzo 1952), con la memoria OP 45 e con i promemoria n. 1 e 2. Fu infine confermato sia dal telegramma 24202, indirizzato a tutti i comandi periferici alle ore 02,00 del 9 settembre, sia dall’ordine impartito dal Comando generale di Brindisi l’11 settembre.
Gli ordini, perciò, c’erano e infatti furono eseguiti eroicamente in moltissimi casi. Basti ricordare, per ora, che intere divisioni li eseguirono, come risulta anche dal diario ufficiale di guerra tedesco per il 1943. Citiamo, ad esempio, la “Venezia”, la “Taurinense”, l’ ”Ariete”, la “Bergamo”, la “Acqui”, la “Piave”, la “Pinerolo”, la “Perugia” e la “Firenze”.

4) Ma vi fu chi preferì non eseguire questi ordini, approfittando del clima di confusione, peraltro inevitabile, di quel momento. E per giustificarsi inventò la favola della loro mancanza, ben presto sfruttata (in chiave propagandistica anti-monarchica) da CLN, comunisti, R.S.I. e nazisti e poi perpetuata nei decenni seguenti da molti divulgatori conformisti.

In conclusione: gli ordini c’erano. Fu solo la propaganda anti-monarchica che affermò il contrario, contribuendo tra l’altro a coprire chi aveva preferito non compiere il proprio dovere

I RESPONSABILI CAV. ORAZIO MAMONE, RODOLFO ARMENIO

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